Approfondimento di Luigi Oliveri

Assunzioni negli enti locali

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Approfondimento di Luigi Oliveri                                                                                             

Assunzioni negli enti locali

Luigi Oliveri

La questione dei limiti alle assunzioni nella Pubblica Amministrazione e in particolare in regione ed enti locali campeggia ormai da oltre un anno, da quando il decreto cosiddetto “crescita” il d.l. 34/2019 ha modificato per gli enti territoriali il sistema di controllo dei nuovi reclutamenti. 

A seguito dell’emanazione dei decreti attuativi di queste disposizioni, si è passati da un sistema che poneva limiti alla spesa, senza rapportarla a nessun altro parametro economico o finanziario ad un altro metodo che pone il principio della sostenibilità della spesa di personale (spesa corrente) con la media triennale delle entrate correnti. 

Il precedente regime, fondamentalmente basato sulla garanzia di sostituire una certa percentuale del turn over dei dipendenti, era caratterizzato da ampi margini di inefficienza. In primo luogo, perché trattava situazioni diverse in modo eguale. Sicchè, un ente locale sovradimensionato aveva la stessa percentuale di stesso turn over di un altro virtuoso e con una dotazione organica inferiore. Tale sistema non contribuiva alla ridefinizione dei fabbisogni e ad una riallocazione più efficiente del personale da enti con eccessiva dotazione ad enti più parchi. Inoltre, il vecchio sistema era indifferente al peso della spesa corrente di personale rispetto alle entrate, col paradosso di consentire all’ente di confermare nel tempo un volume di spesa, nonostante il volume delle entrate non lo consentisse. 

Infine, l’attenzione al solo turn over ha fatto sì che per circa 15 anni le PA potessero solo sostituire per lunghi periodi per altro solo in parte personale cessato. Il vecchio sistema ha contribuito ad una forte riduzione, di circa 400.000 unità in 10 anni, di dipendenti pubblici, ma contemporaneamente ha causato il loro invecchiamento e fatto da tappo all’ingresso di professionalità nuove.  

Due anni fa ci si è resi conto che occorreva voltare pagina, poiché a partire dal 2019 (anche a causa di “quota 100”) si è avviata l’ondata di pensionamenti nel pubblico impiego, che dovrebbe portare entro il 2022 alla cessazione dal servizio di circa 500.000 dipendenti pubblici. 

Da qui, le previsioni del d.l. 34/2019 e dei decreti attuativi, volte ad abbandonare il sistema del turn over, allo scopo di consentire a regioni ed enti locali di incrementare le dotazioni di circa 40.000 unità.  

Il nuovo sistema rapporta, come rilevato prima, la spesa del personale alle entrate correnti. Ciò permette agli enti che assicurino maggiormente la possibilità di sostenere duraturamente le spese con le entrate (nel rispetto di soglie fissate dai decreti attuativi) di assumere anche oltre il 100% del turn over. 

Non c’è dubbio che il nuovo sistema sul piano economico e gestionale appaia maggiormente razionale. Anche perché oltre a permettere di andare oltre al turn over, è selettivo: non tutti gli enti potranno assumere nella stessa misura, il numero di nuovi dipendenti aumenta quanto più l’ente assicuri un grado di virtuosità nel rapporto spesa/entrate. 

Proprio perché selettivo e premiale, il nuovo metodo non è mai piaciuto alle regioni ed ai comuni, che infatti hanno fatto di tutto per ritardare l’intesa nella Conferenza Stato regioni e autonomie, per giungere ai decreti attuativi. 

L’emergenza Covid-19 ha reso la nuova disciplina ancor più invisa ai sindaci in particolare, che hanno scritto di recente al Governo, sollecitandolo a modificare radicalmente il sistema. 

I primi cittadini osservano che le entrate degli enti locali sono andate a picco, il che produce conseguenze esiziali, in quanto di fatto non sarà possibile per moltissimi comuni rispettare i valori soglia di virtuosità previsti. Quindi, suggeriscono di  riproporre “correttivi” che erano propri del precedente regime. Tra essi, in particolare, due. Il primo: escludere dal conteggio delle spese quelle eterofinanziate (da privati, o fondi europei o statali o regionali), perchè non gravano sul bilancio dell'Ente in termini di sostenibilità finanziaria. Il secondo: non considerare nella spesa del personale gli oneri per i rinnovi contrattuali, perché non dipendono da scelte discrezionali delle singole amministrazioni. 

Per quanto oggettivamente l’emergenza abbia compromesso le entrate, le richieste dei sindaci non appaiono, tuttavia, sostenibili né fondate sul piano finanziario. Le spese “eterofinanziate”, in un sistema che parametra la spesa di personale alle entrate, sono già sostenute dalle entrate correlate, quindi non si capisce quale potrebbe essere il fondamento di un loro scomputo dal totale della spesa di personale. Gli oneri per i rinnovi contrattuali, anche se non decisi da ciascun ente debbono pur trovare sostegno sui bilanci. 

Indubbiamente la situazione economica richiede un ripensamento, ma non secondo le indcazioni dei sindaci, bensì rivedendo i valori soglia di virtuosità o con un algoritmo che scomputi gli effetti negativi sulle entrate. 

Tuttavia, resta un quesito di fondo. Proprio perché ci si trova in una situazione di crisi economica molto forte, è davvero corretto pensare di rilanciare spesa corrente, mentre si deve puntare su strumenti di rilancio degli investimenti? 

8 settembre 2020

 


Scritto il 08/09/2020 , da Oliveri Luigi

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